Visitare gli Infermi

Pubblicato giorno 20 luglio 2018 - Senza categoria

Visitare gli infermi
“Io verrò e lo curerò” Mt 8,7
Carissimi fratelli e sorelle,
all’inizio del nuovo anno pastorale desidero condividere con voi alcune
riflessioni e orientamenti tesi a dare continuità al nostro cammino ecclesiale.
La chiesa di Napoli da tempo segue un indirizzo che la spinge a uscire dai
propri spazi, a guardare oltre se stessa, per incontrare i bisogni della gente e
per mettersi a servizio del bene di tutti. È stata una scelta assunta con
consapevolezza fin dal “Giubileo per la Città” del 2011, vissuto da tutti noi
con l’entusiasmo di chi sogna e s’adopera per una nuova alba di rifioritura
civica e religiosa. In questo percorso ci siamo sentiti confortati
dall’insegnamento di Papa Francesco, che non si stanca mai di parlarci di una
“chiesa in uscita”, di una comunità ecclesiale capace di oltrepassare i propri
recinti, per andare a tutti i popoli e portare ovunque la luce del Vangelo.
1. Chiesa in uscita, chiesa missionaria
Sul nostro orizzonte si profila, pertanto, un obiettivo di primaria
importanza: annunziare il Vangelo, puntare su un’apertura missionaria capace
di parlare all’intera popolazione. La nostra realtà ecclesiale – fatta di
parrocchie, conventi, associazioni, movimenti, istituzioni religiose – ci offre
l’opportunità di costruire rapporti diretti con tutti i cittadini, cristiani e non
cristiani, partecipi o estranei alla vita della comunità. Con una struttura così
radicata sul territorio, possiamo veramente raggiungere tutti e annunciare
Cristo, buona novella per ogni uomo.
A tale scopo è necessario riscoprire la dimensione evangelizzatrice
anzitutto nell’ordinarietà dell’agire pastorale: nell’annuncio quotidiano del
Vangelo, nei gesti sacramentali, nella spiritualità, nella operosità caritativa.
Vanno poi incoraggiate anche quelle iniziative che rispecchiano le peculiarità
di particolari contesti culturali o di specifiche esigenze locali:
dall’evangelizzazione in piazza alla valorizzazione della pietà popolare; dalla
collaborazione con le istituzioni scolastiche alle catechesi attraverso i social
network. Non vanno poi dimenticate le particolari tipologie di formazione
cristiana sviluppate dai movimenti e dai gruppi ecclesiali, che costituiscono
una preziosa risorsa per tutta la chiesa.
Oltre a questi percorsi, la pastorale della Diocesi tenterà nuove modalità
di presenza e di dialogo, soprattutto con coloro che non sentono
l’appartenenza ecclesiale o vivono in ambiti lontani dal vissuto religioso.
Penso al mondo del lavoro, a quello delle povertà, alle devianze giovanili, ai
duecentomila studenti universitari, forse neppure sfiorati dalla nostra
presenza. Il prossimo Sinodo per i giovani potrà costituire un’opportunità
preziosa per riflettere sui loro problemi, ma anche per lasciarci coinvolgere
dalla riserva di speranza che essi sono capaci di mettere in campo. Viviamo in
una cultura che idolatra la giovinezza, ma impedisce a tanti giovani di essere
protagonisti del loro futuro. Ad essi la chiesa deve esprimere autentica e
concreta vicinanza. Ed è questa la forma più credibile d’evangelizzazione.
Nella sollecitudine per l’annuncio del Vangelo abbiamo bisogno di
coinvolgere tutti: fedeli e pastori, uomini e donne, singole persone e gruppi
ecclesiali. Mi piacerebbe pensare che siano i giovani ad evangelizzare altri
giovani; le famiglie ad avvicinare le famiglie; i lavoratori a parlare ai lavoratori
e così via. Rompiamo ogni indugio, formiamo insieme una cordata per
cingere idealmente la nostra città, per vivificare la presenza di Dio nel cuore
della nostra gente. La più grande minaccia per i credenti, in effetti, non è
dovuta solo alla secolarizzazione della società, ma soprattutto al grigiore della
vita della chiesa, nella quale – in apparenza – tutto procede nella normalità,
mentre in realtà la fede appare invecchiata e stanca.
2. Chiesa in uscita, chiesa della carità
L’ansia missionaria di raggiungere ogni uomo e ogni contesto sociale
deve confrontarsi con le diverse sfide della società contemporanea. Lo scopo
è di identificare e raggiungere tutte le periferie – geografiche ed esistenziali –
dove si fa fatica a guardare con fiducia al proprio futuro (Evangelii Gaudium,19
– 20). Questi luoghi, dove l’umano è spesso svilito, interpellano la sensibilità
della nostra comunità, perennemente in “uscita”, che non può non
considerarsi coinvolta in essi. È l’amore per il suo Signore che la stimola a
questa radicale apertura e le comunica la grande urgenza di porsi accanto ad
ogni essere umano, specialmente se povero o sofferente. Essere “in uscita”
per la chiesa non è una delle possibili opzioni pastorali, una scelta, tra tante,
che potrebbe cambiare col tempo; è un’esigenza identitaria; è la forma
concreta della fedeltà al suo mandato.
Il campionario delle “periferie esistenziali” oggi si presenta vario e
complesso. C’è un mondo che non ha sentito neppure parlare della buona
novella; un mondo che è appena fuori casa, più vicino di quanto si possa
credere. Riguarda la famiglia della porta accanto, i colleghi di lavoro, interi
strati sociali della nostra città. Il dono incommensurabile che la chiesa è
chiamata ad offrire in questi casi è l’incontro con Gesù, suo Signore. È la
proposta di condividere con tutti la bellezza trasformante del Suo amore.
Nessuno può sentirsi esonerato da tale impegno verso chi non ha ancora
vissuto l’esperienza della fede o ne ha smarrito, nel tempo, il fascino.
Anche le nostre istituzioni ecclesiastiche possono diventare periferia,
quando perdono il senso della loro missione e l’aderenza al proprio tempo,
quando la loro spinta messianica risulta debole e sfocata. Allora l’invito ad
“uscire da se stessi” rappresenta l’istanza a venir fuori da un modo stanco e
abitudinario di annunciare la fede, insensibile a qualsiasi novità, chiuso nei
propri schemi. Ne può derivare una sollecitazione ad escogitare nuove forme
di approccio pastorale, ad inventarsi dei percorsi alternativi ad una religiosità
logora e tediosa.
Periferie sono, inoltre, quei luoghi dove l’emarginazione sociale produce
forme inaspettate di violenza, come succede in alcune metropoli europee in
preda a pericolose proteste e ribellioni. Periferica diventa l’intera città, quando
proliferano le forze camorristiche, le baby gang, tristemente note anche a
Napoli. Oppure quando la disaffezione al bene comune si traduce in una
delega ad altri della propria responsabilità nella inevitabile assuefazione al
peggio, accolto ormai con rassegnata indifferenza (cfr. Andate in città, p.146).
Periferia è dove la povertà non consente agli abitanti di soddisfare
neppure i bisogni primari: c’è gente che soffre fame e sete, che non ha un
lavoro, non ha come vestirsi, che non si può permettere un tetto sulla testa.
Periferia è là dove gli immigrati vengono irrisi, rifiutati; dove non c’è spazio
per l’integrazione del diverso, di chi ha la pelle di un altro colore, una
sensibilità o una visione del mondo differente da quella prevalente. Periferie
culturali sono quelle zone dove manca una cerniera tra il sapere alto delle
università e la scarsa istruzione dei più deboli; periferie sono tutti i luoghi
della sofferenza, dove le fragilità del corpo e dello Spirito danno la misura
della precarietà di ogni essere umano.
A queste periferie si sta rivolgendo la chiesa di Napoli da quando ha
cominciato il suo cammino in uscita per porsi accanto ai poveri, agli ultimi, ai
perdenti. Il programma è dettato dalle opere di misericordia, raccontate dal
capitolo 25 del Vangelo di Matteo. È questa la mappa del percorso, lo spirito
che ha plasmato la nostra progettualità pastorale. Nel prossimo anno ci
dedicheremo, in particolare, alla Quinta Opera di Misericordia: Visitare gli Infermi,
porsi accanto all’uomo nel suo patire. “Visitare” implica un vero “uscire”
dalla propria casa, dal proprio mondo, per raggiungere l’altro nella sua
debolezza. Quest’opera coinvolge affetti, premure, tensioni emotive. È
l’opera che più di ogni altra diventa emblematica di una chiesa che fa
dell’uscire il tratto distintivo della sua “sequela Christi”.
3. La cattedra dei sofferenti
Il dolore e la sofferenza costituiscono da sempre un enigma. Quando ne
veniamo travolti restiamo confusi, spaesati, senza risposte. Soprattutto se quel
patire toglie il respiro, spegne la luce dagli occhi. Tutti, credenti e non
credenti, percepiamo la sofferenza come una realtà tragica, incompatibile con
ciò che siamo, speriamo, amiamo. L’avvertiamo come una stridente
contraddizione con i nostri sogni, con tutto ciò che vorremmo essere.
Eppure, quante cose abbiamo da imparare da questa esperienza!
Gennarino – un ragazzo down di 16 anni – è in festa per la sua Cresima.
Terminata la liturgia, sente una parente congratularsi con la mamma: «Che
bella celebrazione! Tutto riuscito alla perfezione. E le parole del Vescovo,
così toccanti e coinvolgenti! …Peccato che lui non abbia afferrato nulla!». Un
attimo dopo, il ragazzo si stringe in lacrime alla mamma e la rasserena: «Non
preoccuparti, mamma. Gesù mi ama per quello che sono». Chi dei due ha
ragione? Siamo convinti che ciò che vale al mondo siano i nostri talenti,
l’essere in gamba, sani e felici. Poi riceviamo delle lezioni che ci costringono
ad aprire gli occhi. Gennarino – meglio degli altri – ha compreso il senso della
vita.
Quanta luce ci viene nell’accostarci ai sofferenti! Capita spesso che la
loro frequentazione ci faccia vedere il mondo in modo diverso. Alla loro
scuola apprendiamo che Dio è sempre con noi, anche se talvolta sembra
assente, muto. La sofferenza, paradossalmente, può essere una fonte preziosa
di senso. Quando essa attraversa l’esistenza, Dio non resta indifferente. È
accanto a chi soffre e fa sua la pena del mondo. Può apparire assurda l’idea di
un Dio che soffre. Ma solo a partire da essa si può pensare alla assurdità della
sofferenza umana. Tra l’Eterno e i sofferenti si instaura un’alleanza
misteriosa, quasi una segreta complicità. Nella sofferenza dell’uomo c’è tutta
la pena di Dio.
Le avversità diventano allora lo spazio dell’esperienza di Dio e, insieme,
il campo della solidarietà umana. Quando lo sguardo si posa sul dolore d’altri,
l’orizzonte si allarga enormemente. Ci sentiamo investiti di responsabilità,
spinti a lottare per tutti i crocifissi della terra, per un mondo più sereno e
solidale. La sofferenza – è vero – non ha senso, tranne quando serve a
circoscrivere quella dell’altro. Ed è qui che l’uomo raggiunge il vertice più alto
della sua grandezza.
Da questa cattedra possiamo imparare che le malattie, le infermità
attraversano la vita di ognuno. Il grido di dolore costituisce forse l’istanza più
alta del codice linguistico umano. E quando accade che queste fragilità, prima
o poi, ci toccano personalmente, ci sentiamo segnati in maniera drammatica
da un senso d’impotenza. Percepiamo allora che la sofferenza ci tiene per
mano, ci accompagna in tutte le stagioni della vita. Dopo la solidarietà nel
peccato, quella nell’infermità si rivela la più universale. Si tratta di
un’esperienza ambivalente, dagli esiti contrastanti. Essa può indurire il cuore,
intristire i nostri giorni, abbrutire le coscienze fino alle più devastanti forme di
alienazione. Ma può anche aprirci verso una maturità umana purificata, più
compiuta, consapevole dei propri limiti. Il malato, in realtà, ci insegna a
conoscere e a riconoscere le nostre fragilità, anzi ci aiuta anche a superarle.
“Visitare gli infermi”, prendersi cura della loro vita, assume allora una
valenza profondamente religiosa, dal momento che farsi prossimo di chi
soffre rappresenta un modo autentico ed emblematico, secondo l’espressione
di Papa Francesco, di accostarsi alla carne viva e dolente di Cristo Gesù. Fa
riflettere – nello straordinario passo di Matteo 25 – che in realtà Cristo si
identifica con il malato, conferendo così a chi soffre una dignità straordinaria,
soprannaturale. Al malato va riconosciuto un particolare profilo sacramentale:
egli è segno e presenza di Cristo.
4. Lo sguardo di Gesù
Gli occhi di Gesù si poggiano, prima di ogni altra cosa, sul nostro
dolore. Egli non è attratto dai meriti, né condizionato dalle nostre colpe. È
interessato in primo luogo ai nostri disagi, alle nostre sofferenze. È venuto,
principalmente, ad asciugare le nostre lacrime. Gli evangelisti ci raccontano di
folle di ammalati, lebbrosi, paralitici, disperati che si accalcavano dinanzi alla
casa di Cafarnao. E Gesù “li guariva tutti” (Mt 8,16; 12,15). Si prendeva cura
degli infermi, personalmente, ponendo ognuno in condizione di reinserirsi in
pieno nella comunità umana.
In fondo, era questo il Regno che il Padre sognava: offrire a tutti la
capacità di rimettersi in piedi, la voglia di camminare con fiducia verso il
proprio futuro. Gesù non distribuiva “croci” sul proprio cammino; anzi,
quando le trovava, le rimuoveva. La mano di Gesù, con una carezza, curava,
guariva, apriva alla vita. Per questo faceva delle sue guarigioni un vero e
proprio vangelo, una profezia del Regno. Ne erano fermamente convinte
anche le prime comunità, che presentavano gli ammalati ai discepoli, perché
almeno la loro ombra li coprisse (Atti 5,15).
Gesù non interveniva in maniera distaccata, non sanava senza
condividere. Si accostava e dialogava con gli interessati, restituendo una
vicinanza umana anche a chi era considerato impuro, intoccabile. Sapeva
bene che i malati non sono tutti uguali: ognuno ha le sue paure, le sue
lacrime, così uguali, così diverse. Ognuno è un caso unico. I “miracoli”, più
che gesti magici, erano intensi incontri personali. Egli dimostrava
sapientemente che ciò che contamina non è il contatto con chi è ritenuto
immondo, ma il rifiuto della misericordia, della prossimità al malato.
I Vangeli affermano ripetutamente che Gesù “toccava” i malati, persino
i lebbrosi. Entrava in contatto fisico con la parte ammalata del suo
interlocutore, facendo del corpo il luogo dell’incontro, lo spazio della
salvezza. Nello stesso spirito, anni dopo, anche Francesco d’Assisi abbraccerà
un lebbroso di cui prima aveva provato grande ripugnanza, dando così una
svolta radicale alla sua vita. I suoi biografi ricordano quel gesto come una vera
liturgia di comunione e di salvezza. Fu in realtà l’avvio della sua conversione.
In seguito, una lunga schiera di uomini e donne, mossi da spirito di
solidarietà cristiana, si sono spesi nel visitare gli infermi, soccorrere chiunque
si fosse trovato in difficoltà. Negli ultimi decenni, ha scosso l’opinione
pubblica mondiale la testimonianza luminosa di Madre Teresa di Calcutta, che
come “una piccola matita nelle mani di Dio”, china sugli ammalati più
disagiati, ha scritto la più bella ode alla carità. Il tempo della fragilità è
diventato il tempo della solidarietà cristiana.

 

5. “Datele da mangiare”
Fa riflettere il modo di agire di Gesù che, in diverse occasioni, chiede la
collaborazione dei presenti, quasi che la sua opera sia solo l’inizio di un
percorso di guarigione. Egli sollecita la partecipazione degli astanti, si aspetta
un loro contributo. È il caso della fanciulla che egli prende per mano e
rimette in piedi davanti a tutti che la credevano morta. “Datele da
mangiare”(Mc 5,43), ordina ai genitori, al papà, capo della sinagoga, che si era
rivolto a lui con fiducia. Senza la loro collaborazione, il miracolo rischia di
restare incompiuto.
Anche davanti a Lazzaro, tratto fuori dalla tomba dopo diversi giorni,
Gesù commosso invita i presenti a togliergli le bende. Gli ha restituito la vita,
ma fin quando Lazzaro resta avvolto dalle fasce funerarie, non può muoversi,
non può ritornare alla sua reale quotidianità. La parola che lo ha tratto fuori
dalla tomba, avrebbe anche potuto scioglierlo dalle bende. Ma questo è un
compito che viene affidato ad altri. A noi viene rivolto l’invito a cooperare
all’opera del Maestro. È Lui che richiama dal sonno della morte. A noi resta
però il compito di sciogliere le bende, i legacci che tengono prigionieri gli
esseri umani, per restituirli alla piena libertà, alla vita effettiva. Le bende, di
certo, non appartengono al Regno.
Da allora prendersi cura degli ammalati, delle loro precarie condizioni,
divenne una preoccupazione costante delle comunità cristiane con modalità
di volta in volta diverse, in armonia con le peculiarità di ogni epoca storica,
con le necessità di ogni persona. La chiesa vide rafforzata la propria missione
e acquisì una posizione significativa, diversa da quella legata al culto e alla
cura delle anime.
Ma oggi siamo in grado di sostenere l’impatto con un volto sofferente?
Non prevale troppo spesso l’indifferenza, l’assuefazione, la paura, la fuga? Il
disagio dell’altro è spesso percepito come un intralcio alla propria tranquillità,
uno scomodo contrattempo nel ritmo degli impegni già programmati. È così
che – di fronte ad una persona in difficoltà – inevitabilmente passiamo
dall’altra parte della strada, come capitò al sacerdote e al levita nella nota
parabola del buon Samaritano. È la “globalizzazione dell’indifferenza”.
E, tuttavia, quando andiamo a trovare un ammalato, quando lo
sottraiamo al tempo amaro della solitudine, gli diamo la percezione di non
sentirsi abbandonato, di non essere diventato uno scarto. L’isolamento,
l’emarginazione, la scomparsa delle relazioni amicali aggravano l’inquietudine
e il disagio dell’infermità. Al malato pesa non solo la sua accresciuta fragilità,
ma anche la distanza che la malattia crea tra sé e gli altri, la privazione dei
rapporti umani, quella che toglie al cuore il respiro della vita. La malattia non
è una condanna; la solitudine sì.
Nel far visita ad un ammalato, può anche capitare di registrare dei
fallimenti. Costatiamo talvolta che siamo rimasti mille miglia lontani da lui.
Siamo stati solo dei “consolatori stucchevoli”, come Giobbe definì i suoi
amici (Gb 16,2). Essere accanto a chi soffre richiede particolare attenzione,
serietà d’impegno e una discreta dose di empatia. Spesso illudiamo l’ammalato
con parole vuote, con frasi fatte e falsamente ottimistiche. Non si va
dall’ammalato per compiere un’opera buona, né lo si guarda in trasparenza
per acquistarsi un credito in paradiso. L’ammalato si sente così
strumentalizzato e ha tutto il diritto di mettere alla porta l’intruso bigotto. Si
va dall’ammalato perché Cristo ci chiede di fare agli altri quello che
vorremmo fosse fatto a noi.
Occorre una cultura dell’ascolto, in grado di sintonizzarsi con la
solitudine e le sofferenze umane. Prestare attenzione alle parole dei nostri
malati, indovinarne i desideri e, soprattutto, ascoltare i loro silenzi è il modo
più sincero di porsi accanto a loro. Siamo anche propensi a pagare cure e
farmaci per arginare il malessere di un congiunto, ma non ci rendiamo
disponibili ad ascoltarne il disagio. Chi trova il tempo, la calma, il desiderio di
ascoltare quella parola soffocata in gola, di fissare quello sguardo perso nel
vuoto?
D’altra parte, ci rendiamo conto di quanto sia difficile “ascoltare”, se ciò
coinvolge l’uditore in una storia tormentata, se richiede la disponibilità ad
aprirsi per condividere l’altrui sofferenza e farsi condurre dalla parola
dell’altro là dove egli vuole. Spesso ci trinceriamo dietro invalicabili barriere
per evitare che arrivi fino a noi lo sconforto di chi ci sta parlando. Lasciamo
così l’altro rinchiuso nella sua solitudine, senza speranza. Ascoltare è cedere la
parola, dedicare tempo e spazio all’altro, riconoscergli il diritto di essere se
stesso. È rispettare il suo campo, guardandosi bene dall’occuparlo.
6. Storia di Napoli, storia della carità
Il servizio agli infermi ha trovato nella comunità cristiana, lungo la sua
secolare storia, un’organizzazione sempre più strutturata. La geografia della
carità si è arricchita man mano di ospedali, di case di cura, di strutture
sanitarie complesse, dotate di specifiche competenze e professionalità. In
questi spazi, figure luminose di religiosi e laici si sono alternate in una
testimonianza eroica di abnegazione. Il vissuto della nostra città ne è
un’eccezionale testimonianza. La storia di Napoli – è stato scritto – è “storia
della carità”.
Qui tutti gli antichi ospedali sono sorti da un’esperienza religiosa. È il
caso, in particolare, degli Incurabili, fondato da Maria Longo, all’epoca primo
ospedale moderno e riferimento clinico per l’intero Meridione. Qui si sono
avvicendati nel servizio agli ammalati più di trenta santi: da san Gaetano da
Thiene a sant’Alfonso dei Liguori, da sant’Antida Thouret a san Giuseppe
Moscati. Analogamente, da un’identica ispirazione religiosa nacquero
numerose altre istituzioni per l’assistenza ai sofferenti: il complesso della Real
Casa dell’Annunziata con la ruota degli orfanelli, l’ospedale San Gennaro dei
Poveri, quello di Gesù e Maria, i Pellegrini. Oggi, l’identità di questa città,
come storia della carità, è affidata a noi. Ne siamo i discendenti storici e gli
eredi spirituali.
Il crescente sviluppo dell’apparato sanitario, tuttavia, pur garantendo la
necessaria professionalità, ha di fatto strappato il malato ai propri cari, indotti
ad affidarne ad altri la cura. Fa riflettere il fatto che la comunità cristiana
smarrì gran parte della sua credibilità, quando demandò la sollecitudine per i
malati agli ospizi e affidò alle foresterie l’ospitalità dei pellegrini. Siamo tutti
ben consapevoli che “prendersi cura degli infermi non è semplicemente una
questione professionale. L’esperienza di un amore forte e autentico
accompagna e guida i passi di chi cerca la sofferenza, di chi la visita, di chi se
ne fa carico” (Andate in città, 141).
Farsi incontro all’infermo comporta inoltre la necessità di superare le
proprie paure, di accettare il senso di radicale impotenza e, soprattutto, esige
di smettere gli abiti da protagonisti di buone opere. Bisogna restare accanto
all’altro, disarmati, senza presunzioni e senza impacci. L’incontro con chi
soffre, se è autentico, è una preziosa scuola di vita: pone l’una di fronte
all’altra due fragilità, rendendole entrambe più consapevoli e umanizzandole.
La visita impone sempre accortezza e rispetto: bisogna essere autentici,
evitando ogni esibizionismo caritativo.
Può capitare talvolta che quando le parole vengono a mancare o si
dimostrino inadeguate, si comunichi solo attraverso lo sguardo, oppure
attraverso le lacrime, senza imbarazzarsi. Una carezza, una stretta di mano,
un segno di tenera affettuosità, a seconda dei rapporti, possono offrire al
malato un’intima consolazione. Il contatto con il corpo dell’altro, in questi
casi, deve diventare un’opera d’arte, un capolavoro di vero affetto e amicizia.
Solo guardandosi negli occhi e tenendosi per mano si possono comunicare gli
affetti più profondi dell’animo. Sentirsi abbracciato è per l’ammalato una
profonda emozione, è la gioiosa sensazione di non vedersi scartato,
emarginato dal vissuto della società, della famiglia, della vita.
Quando accade questa prossimità, ci si accosta all’infermo, al suo corpo,
con naturalezza. Se egli è solo, può aver bisogno di essere lavato, pettinato,
profumato, sistemato a letto. La misericordia diventa diaconia concreta
all’ammalato. Rassettargli la stanza, portargli un piatto caldo e un bicchiere di
acqua, procurargli le medicine di cui ha bisogno sono solo alcuni momenti
dell’effettiva assistenza richiesta in questi casi. L’apostolo Giacomo suggerisce
significativamente di chiamare presso l’ammalato i presbiteri della chiesa,
perché “preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore” (Gc
5,14). Si tratta di un’indicazione che non deve equivalere a demandare ad altri
ciò che possiamo fare noi: ungere, profumare, accarezzare il corpo malato.

 

7. Il ruolo della comunità ecclesiale
Il termine “visitare” potrebbe indurci a pensare ad un profilo saltuario e
discontinuo di questo servizio caritativo, così come accade quando ci
rechiamo sporadicamente a casa di persone amiche. Bisogna, al contrario,
che, come giustamente è stato sottolineato nell’ultimo convegno di
Pacognano, nelle nostre comunità si organizzi una pastorale per gli infermi
non riservata a qualche benintenzionato, ma capace di coinvolgere l’intera
compagine ecclesiale, diocesana e parrocchiale. Questo preziosissimo
compito può essere svolto da semplici visitatori, dai ministri straordinari
dell’eucaristia o anche dagli accompagnatori dei malati nei pellegrinaggi verso
i santuari mariani. Necessita in ogni caso di un programma organico, assunto
responsabilmente nel progetto pastorale.
Sarà necessario accompagnare tali iniziative con verifiche costanti,
azioni di sostegno, correzioni di rotta. Nulla può essere lasciato
all’improvvisazione, soprattutto quando ci si rivolge a persone indebolite dalla
malattia e segnate da un destino spesso drammatico.
Solo una chiesa che ascolta è capace di dare risposte. Essa sarà la casa di
tutti, dove non prevale l’efficientismo dei ruoli burocratici, ma l’apertura ai
deboli, ai malati, agli ultimi;sarà un’istituzione che non emargina le fragilità,
ma fa spazio alla presenza “inutile” del malato, del disabile, di chi non ha
voce; diventerà una comunità, dove le membra più deboli – per usare
un’immagine di Paolo – sono ritenute le più necessarie (1Cor 12,22).
In effetti, paradossalmente, è il malato a guarire la comunità. Si tratta di
un mutamento di prospettiva che può cambiare anche il cuore. La presenza
del malato introduce la comunità cristiana in un percorso di conversione, in
un cammino autenticamente cristiano che la pone in prossimità del malato,
l’abilita a creare linguaggi di amore nuovi. Proprio l’umanità più sofferente
può risvegliare la nostra assopita responsabilità, la nostra appannata umanità.
Sulla scorta di queste riflessioni e delle indicazioni emerse nell’ultimo
convegno diocesano suggerisco alcune priorità:

a. Valorizzare la dimensione liturgico – sacramentale come strumento di
evangelizzazione per le persone malate e sofferenti. Tra l’altro, si
potrebbe pensare ad utilizzare dei sussidi (da preparare dai
competenti uffici) per invitare i fedeli a pregare per gli ammalati. Ad
esempio: compoprre qualche preghiera ogni primo venerdì del mese;
inserire nelle intenzioni dei fedeli il ricordo degli ammalati, ecc.

b. Organizzare delle missioni popolari per un’evangelizzazione
incarnata, capace di parlare i linguaggi di oggi.

c. Valorizzare la dimensione della prossimità e dell’accoglienza nelle
diverse zone parrocchiali, perché a nessun malato venga a mancare la
cura della comunità ecclesiale.

d. Accostarsi alle ferite delle coppie e delle famiglie attraverso percorsi
di riscoperta della grazia sacramentale e della bellezza di una vita
condivisa.

e. Sostenere la fragilità dei giovani con proposte utili alla loro crescita
umana, rendendoli convinti protagonisti del loro futuro.

f. Correre al capezzale della città e seguirla nel suo faticoso cammino di
guarigione e di ripresa sociale coinvolgendo tutte le forze disponibili
del territorio.

 

8. Ci accompagni Maria “Salute degli infermi”
La chiesa, che vuole essere attenta al cuore di Dio e al cuore dell’uomo,
non può disattendere la cura delle membra più fragili del corpo del suo
Signore e, pertanto, rivolge la massima attenzione ai malati, ai sofferenti, a
tutti coloro che portano nel corpo e nello spirito le stigmate di un’infinita
passione. Per questo Maria, Madre e splendida icona della chiesa, è invocata
da sempre quale “Salus infirmorum”, “Salute dei malati”. Ella, che sul Calvario
ha conosciuto l’eclissi del sole, ha sempre manifestato una singolare
sollecitudine per chi vive nel buio della sofferenza. Ancora oggi i santuari a
Lei dedicati costituiscono un riferimento straordinario per gli ammalati, che
in tanti vi si recano in pellegrinaggio e Le si rivolgono con la fiducia che si
riserva alla mamma. Ai suoi piedi tutti sperimentano una particolare
protezione: chi ritorna a casa guarito, chi rientra confortato e arricchito della
sua tenerezza.
Prima ed esemplare discepola del suo Figlio, dopo l’annuncio
dell’Angelo, Ella si mise subito in viaggio per andare in aiuto di Elisabetta,
che da sei mesi portava in grembo Giovanni. Nell’assistenza a questa anziana
parente, vediamo prefigurata l’intera opera della comunità ecclesiale. Sulle
note del Magnificat ci impegniamo ad “uscire” dalla nostra casa per superare
ogni autoreferenzialità, in particolare per portare la lieta notizia del vangelo e
incontrare i bisogni di tutti, di chi ha fame e sete, di chi è nudo di vestiti e di
dignità, di chi soffre per solitudine e infermità. Le domandiamo di non farci
impantanare, senza entusiasmo, nei tristi confini dei nostri territori. A Lei
affidiamo quest’anno la chiesa di Napoli, consapevoli che essa per prima è
inferma e ha bisogno di essere guarita da tante fragilità.
Davanti a Lei ci impegniamo tutti: clero, consacrati e fedeli laici, a
trasformare le nostre comunità ecclesiali in laboratori dove apprendere l’arte
del curare. Siano essi luoghi di accoglienza soprattutto per chi è più fragile,
ma anche spazi dove sperimentare che il dolore, la malattia, la morte, non
sono stagioni permanenti della vita, perché lo stare in croce, secondo la bella
espressione di don Tonino Bello, è solo una “collocazione provvisoria”. A
Lei, esperta del dolore, chiediamo di proteggere, in particolare, gli operatori
sanitari, i volontari che collaborano nei diversi organismi di assistenza, quanti
nelle nostre comunità si adoperano per mettersi in ascolto e per farsi
compagni di strada dei malati. La supplichiamo di contagiare di premurosa
sollecitudine le mani e i cuori di quelli che si accostano alle umane sventure,
perché siano presenze umane e umanizzanti, strumenti di guarigione,
sostegno di ogni fragilità. Siamo sicuri che se Lei si metterà al fianco dei
nostri ammalati, di tutti gli oppressi della terra, accarezzandoli con materna
amorevolezza, si asciugheranno le lacrime sui loro volti e torneranno a
brillare di fiducia nella vita.

Dio vi benedica tutti e A Maronna c’accumpagna!
Napoli, dalla Sede Episcopale
16 luglio 2018
Festa della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

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